Diecimila chilometri di disadattamento

Mi trovo a Tokyo da due settimane circa.
La grande Tokyo, nodo di strade infinite e spaventose, di grandi insegne al neon e musiche elettroniche, di stazioni affollatissime e fiumi di persone che come le onde nel mare si muovono lente ed inarrestabili.
Tokyo non ha niente a che vedere con Londra o con New York, New York é il sogno Europeo dimenticato, é il film in movimento che tutti chiamano casa. Londra é nata inglese e si é completamente data all’Europa, é la rappresentante di tutto quello che il termine “europeo” racchiude e si é impegnata ed evoluta ad assorbire i tratti di tutte le persone che da qualche parte in Europa si sentono a casa.
Tokyo é giapponese, non conosce Europa né America. E’ un castello nel deserto, un’isola di vita progettata e costruita lontano dai sogni e desideri dell’occidente.
Non c’e spazio a Tokyo per gli stranieri che non vogliono capire, che non vogliono adattarsi, che non sono disposti a dimenticare un po’ delle proprie abitudini e necessitá per assorbire quelle giapponesi. A queste persone Tokyo non puó dare niente, si sentiranno sempre Lost in Translation e potranno soltanto vedere senza capire quel che succede fuori dalla finestra di un hotel ritagliato attorno ai loro gusti occidentali.
Per questo io sono stato spaventato da Tokyo quando vi giunsi un mese fa, il salto é stato troppo grande, non ero pronto a capire, non avevo gli strumenti per farlo. Chi vive a Tokyo ha un passato, ha una storia, ha una cultura, ha usanze che nascono dal Giappone feudale ed a Tokyo si intrecciano attorno alla mentalitá moderna e commerciale. Il mio mese di viaggio lungo il Giappone mi ha aiutato a capire in parte queste cose, a capire cosa significhi togliere le scarpe quando si entra in casa, al significato dietro al rispetto del prossimo ed agli inchini per dimostrarlo, al profumo di incenso in un tempio buddhista e il sapore del the verde all’ombra di un ciliegio in un giardino zen.

Ho citato poche righe piú sopra il film ‘Lost in Translation’, che personalmente ritengo un piccolo capolavoro e che come tutti i capolavori non é per tutti, anzi credo che la maggior parte della gente lo definisca noioso e senza trama. Per me é un film estremamente illuminante poiché capace di ritrarre proprio quella sensazione di disadattamento, o forse dovrei dire disorientamento, che anche io ho provato e non é riferibile soltanto a Tokyo ma proprio alla vita stessa, é quella sensazione di “non sapere dove andare” che poi nel film trova un senso nel fare la conoscenza di un’ altra persona che si trova nella tua stessa situazione con la quale condividere questa sensazione e pertanto “naufragarci insieme”. Io a Tokyo ho avuto la fortuna di avere la bellerrima ed inossidabile Megumi san che di disadattamento ne sa quanto ce n’é da sapere: Sono passati piú di due anni da quando ci siamo conosciuti in quel di Londra, all’epoca ci avevo persino scritto un post intitolato “Japan vs Italy 0-0” dove discorrevo della differenza sulle aspettative verso il proprio paese di origine, lei studiava inglese e cercava un senso nel cosmopolitismo umano mentre io lavoravo da poco e cercavo un posto in una cittá grande e sconosciuta. Siamo subito andati ultra-d’accordo, poi il destino ha voluto che lei dovesse tornare a Tokyo la settimana successiva ed il nostro rapporto durare soltanto una serata prima di diventare esclusivamente epistolare. Ritrovarsi oggi a distanza di due anni e diecimila chilometri da quel ristorante a Londra é stato emozionante e ci ha fatto inevitabilmente confrontare con quello che eravamo e quello che cercavamo, ci ha fatto capire quanto siamo cambiati e quanto due anni volano come il vento fino a diventare nulla di fronte ad un’amicizia che si ferma e riparte da dove era stata lasciata. Siamo cambiati ma in fondo siamo gli stessi: bandiere nel vento senza la forza di tracciare una direzione propria ma perfettamente consapevoli di cosa ci muove, pedine senza volontá perfettamente consapevoli di essere mosse da qualcuno lungo la scacchiera e del perché.
Grazie a Gumi ho vissuto una serata unica cominciata con un’indimenticabile incontro di fronte ad uno sfondo mozzafiato dal 45esimo piano del Metropolitan Government Building, e terminato con un’indimenticabile cena in un ristorante a Shinjuku con 6 amici giapponesi che essendo amici di Megumi nel pieno rispetto delle norme dei disadattati sono esattamente come noi: esploratori del mondo senza pregiudizi, eterni sognatori che ad un punto della loro vita hanno mollato tutto per andare a lavorare lontano da casa, persone che non smettono mai di voler imparare e capire cosa fa girare i meccanismi del mondo, ma soprattutto persone che “Non ha importanza se non hai capito tutte le regole giapponesi perché noi qua ci siamo nati e non le abbiamo capite ancora bene nemmeno noi”.
Grazie Gumi, tu mi hai fatto veramente sentire a casa!

8 comments to Diecimila chilometri di disadattamento

  • Ben

    Mat, considero questo post il migliore di tutti quelli che ho avuto occasione di leggere! Questa mia frase credo dica tutto!

  • Sicuramente userò il tuo nuovo metodo la prossima volta che mangierò i gamberetti al cinese… 🙂

  • Oby

    Lol non lo so dove ho imparato ad usare la bacchette, forse in qualche ristorante asiatico tra Italia e Londra, o forse é affinitá naturale ai costumi giapponesi, ormai faccio anche gli inchini al telefono 😛

    Per sgusciare i gamberetti ho ideato una mossa ninja: con una bacchetta si tiene fisso il guscio al piatto e con l’altra si decapita tipo kill bill fino a che la parte commestibile non si presenta sul piatto. Ma con le mani si fa prima e non si scandalizza nessuno.

  • giuseppe

    stupendo! OBY con gli “hashi”, ma quanto ti sei allenato per usarli?
    a proposito, come hai fatto con i gamberetti, si mangiano col guscio? http://www.lifeofamisfit.com/wp-includes/images/smilies/a33.gif
    Dalle foto è sembrata una spendida serata.
    ciao

  • La prima volta che andai in Asia quel “disorientamento” l’ho conosciuto bene, anche il solo spostarsi da un posto ad un altro è diverso.. Ogni volta che ritorno, il disorientamento c’è ma dura sempre meno.
    Solo una cosa ancora mi mette in grossissima crisi, le bacchette! Che invidia vederti mangiare con quella agilità 🙂

  • Sono veramente contenta che hai passato una serata così “magica” lì in Giappone e sono molto fiera di te per come hai affrontato e stai affrontando questa avventura.
    Buon proseguimento e un grande abbraccio.