Un Giorno della Memoria da Dimenticare

Oggi é accaduto un episodio — che mi riguarda in prima persona — che mi ha lasciato deluso ed amareggiato.

Dovete sapere che la giornata di oggi é riconosciuta dallo Stato come “Armistice Day” (o “Remembrance Day”) in memoria del giorno in cui, 92 anni fa, gli alleati firmavano la deposizione delle armi insieme alla Germania, decretando la fine della prima guerra mondiale. Il giorno é da allora celebrato ogni anno ed oggi include (aggiungo “comodamente” dall’alto del mio cinismo) tutti i soldati morti anche nelle guerre successive, di modo che  effettivamente é diventata la “giornata dei caduti in guerra”.
Non fate errori: la celebrazione é chiamata “giornata dell’armistizio” per fare credere che riunisca tutti quelli che soffrono per avere perso un parente in guerra, ma in realtá, per dirla in una frase concisa, “ognuno piange i suoi”; insomma qua si celebrano le truppe britanniche.
Poi, se mi posso permettere un commento un po’ insolente (perché stiamo parlando di defunti), un osservazione personale che voglio dare é la seguente: la mia impressione é che il Regno Unito sia molto piú devoto alle proprie truppe di quanto non lo sia l’Italia con le sue; se avete occasione di girare per le strade della city, in questi giorni in particolare, vi sará impossibile non notare schiere di uomini e donne che indossano sulle giacche il ‘red poppy‘ (un papavero di plastica che sta ad indicare il supporto della persona che lo porta verso i soldati caduti in guerra), o la folla che si accalca all’Imperial War Museum per rivivere i giorni d’oro del nonno o del papá, o la fioritura di editoriali infiniti sui quotidiani londinesi che decantano eroiche gesta delle forze armate britanniche.

Un sentimento tanto forte conduce inevitabilmente a celebrazioni collettive; ed infatti non ha fatto eccezione la mia ditta, nella quale stamani (non so come sia riuscito a scamparla negli anni precedenti) abbiamo ricevuto un’email generale recante l’annuncio che “l’azienda si unisce alle celebrazioni del giorno della rimembranza: ci saranno due minuti di silenzio alle ore 11am”.
Dovete sapere che alle ore 10.58 stavo uscendo da un meeting con il mio capo; mentre tornavamo alle postazioni di lavoro lo speaker interno annunciava chiaramente che i due minuti di silenzio stavano per cominciare. “Beh,” mi sono detto, “Mentre facciamo i due minuti di silenzio ne approfitto per mettere per iscritto le cose di cui abbiamo discusso seduto tranquillamente alla mia scrivania”.

Bene: nel caso anche voi, come me, non siate imbevuti della perspicacia suprema per comprendere che i due minuti di silenzio non erano solo due minuti di “silenzio vocale” ma proprio due minuti di contemplazione religiosa intesa come “sospensione completa delle attivitá lavorative e raccoglimento generale”, beh, allora forse potrete comprendere la mia sensazione di sorpresa quando, al termine dei due minuti, il mio capo si alza per giungere alla mia scrivania e decantare la seguente frase: “Immagino che in Italia non sia usanza rispettare il silenzio per i propri caduti in battaglia“, alla quale ingenuamente rispondo: “In che senso? Io ho partecipato ai due minuti di silenzio.“. “No,” mi risponde, “eri talmente assorbito dal tuo lavoro da non renderti conto che l’intero ufficio ti stava guardando: eri l’unico che stava lavorando“.
Colto da un onda non tanto di imbarazzo quanto di amarezza per il tono utilizzato, cerco di giustificarmi: “Beh, mi dispiace se ho offeso qualcuno, avevo inteso che erano due minuti di silenzio vocale, credo che le informazioni non siano state completamente chiare”.
Si accoda immediatamente una grigia zitella due scrivanie piú un giu, che proprio non riesce a trattenere il suo disappunto: “E’ evidente che sono due minuti di raccoglimento!!!!!111!!1!”. (Manco l’avesse mandata lei l’email — ma ti potesse venire una bella motilitá intestinale iperattiva con episodi di meteorismo ogni 11 Novembre, cosí rendi musicale il tuo momento di raccoglimento!).

A scenetta terminata (“terminata” per modo di dire, dato che casualmente per il resto della mattina nessuno dei miei colleghi ha avuto piú avuto niente da dirmi) ho cominciato a sentire quella sensazione di coltello nel fianco: é stata la frase “Immagino che in Italia non sia usanza rispettare il silenzio per i propri caduti in battaglia” che mi continuava a rimbombare nella testa… ore dopo mi sono reso conto di sentirmi ancora paonazzo, probabilmente quando gli altri avevano giá smesso di pensare alla vicenda. Mi sono sentito trattato in modo razzista, ingiusto, mi sono sentito nella mente oggetto di frasi come: “ma tanto a lui cosa gliene frega, in Italia nei due minuti di silenzio penseranno forse alle prostitute del presidente“, oppure “Sti italiani di merda che erano alleati con i tedeschi, avrá pensato ad Hitler“, o cose del genere. Forse esagero, ma dopo che ho saputo che c’é anche chi si é lamentato con la direzione perché “l’annuncio allo speaker era incluso nei due minuti che quindi non erano due minuti effettivi di silenzio” ho i miei motivi di lasciarmi andare in considerazioni.
Mi ha irritato in maniera particolare la realizzazione che io non rispettando i loro due minuti di silenzio li abbia potuti offendere: come entrare in sinagoga senza la Kippah in testa; ovviamente il loro disappunto non nasceva dal loro interesse che io potessi raccogliermi in silenzio per dirigere i miei pensieri verso miei ipotetici cari morti in guerra, semmai verso i loro.
In realtá, quello che ho fatto é essermi scusato per non aver assecondato i loro due minuti di silenzio per farli contenti, perché se avessi dovuto prendere una decisione pesata avrei fatto esattamente quello che ho fatto ed avrei continuato a lavorare; e non soltanto perché personalmente ritengo che quei due minuti di silenzio siano molto ipocriti e simbolici (quindi concretamente poco utili), ma perché, per quel che agli altri ne deve interessare, io potrei essere figlio di immigrati Iraqeni morti sotto fuoco britannico; la mia fidanzata potrebbe essere tedesca ed avermi raccontato di come il suo caro nonno é stato torturato dalle truppe britanniche nella prima guerra mondiale; potrei avere mille motivi per non volermi unire ai loro sentimenti e pretendo che loro siano consapevoli di questo; inoltre, quando sono immigrato nel Regno Unito, nessuno mi ha chiesto di giurare fedeltá alla Union Jack, o alla Regina, e presumo quindi che io possa continuare a credere nelle mie ideologie politico-economiche di piacere.

Sempre valutando a ritroso l’evento, ho deciso che dall’anno prossimo in quei due minuti usciró dall’ufficio, sempre per rispetto, e, se qualcuno mi chiederá il perché, riporteró semplicemente il mio punto di vista: che non capisco il motivo per cui si debba dare piú valore ad un caduto in guerra rispetto ad un qualunque caduto sul lavoro — dato che ritengo della stessa cosa si tratti — né comprendo perché il soldato che muore tentando di uccidere un’ altro soldato debba avere piú dignitá di mio nonno morto scivolato su una putrella del tetto di casa mia. E non credo che soltanto i soldati possano onorarsi dell’ “essere caduti mentre difendevano il proprio paese”, perché allora tutte le scorte personali che sono saltate per aria mentre portavano un magistrato in tribunale, o gli artificieri che sono esplosi mentre cercavano di disinnescare una bomba piazzata da terroristi (magari pure loro concittadini), o semplicemente tutti quei cittadini iraniani, o pakistani, o di qualunque paese del mondo, che volevano solo uscire a comprare il latte e si sono trovati una pallottola “alleata” tra di denti, che ne é di loro? Ce li hanno anche loro i due minuti di silenzio ed i fiorellini da appendere alla giacca?

Trovo sia troppo semplice simbolicamente ricordare, e pretendere che anche gli altri lo facciano, quando su argomenti tanto delicati ci si perde cosí facilmente in sterili simbologismi.

Questa cosa fa smuovere un pochino la coscienza, perché penso che volevo davvero chiedere la cittadinanza britannica l’anno prossimo, credevo che ne sarei stato onorato, ma in un attimo mi rendo conto che non saró mai un cittadino britannico, né ai miei occhi, né agli occhi degli altri. E’ tutto talmente stupido: troppi ragionamenti vertono attorno a linee immaginarie che determinano come la gente si aspetta che tu ragioni: come costruire le proprie paure ed i propri timori, come definire il giusto dallo sbagliato, il buono dal cattivo, il bene dal male.
Forse i miei colleghi credono che se mi trovassi in Italia indosserei il papavero per i “miei” soldati, o mi recherei all’Altare della Patria a lasciare i fiori ai miei antenati?
Io non credo nel nazionalismo e non sono patriota. Sono nato in Italia ma avrei potuto nascere in qualsiasi altro stato del mondo, non appartengo a nessuno stato; semmai appartengo alla razza umana: se piango, piango per quella.
Ecco perché non ho speranze di vita in nessun’altro posto che non sia una metropoli: ho bisogno di un punto di incontro dove persone di diverse nazionalitá si sentono allo stesso livello e non danno cose per scontato, hanno loro idee, discutono, cambiano, si influenzano, accettano di farlo per il fatto di trovarsi lí. Non si aspettano ragionamenti di un certo tipo perché sono nati in certi posti, e usano il termine “nazionalitá” per definire il proprio passato ma il proprio futuro.
Oggi, nella terra dei disadattati, si festeggia il giorno della memoria da dimenticare.

La Fine di Berlusconi

Una notte di Ottobre del 1789 un folto gruppo di cittadini, carico delle idee ed i sentimenti di un’intera nazione, marció da Parigi a Versailles senza tornare indietro fino a che non ebbe rimosso dal trono, con la forza, una classe di monarchi incapace di gestire i problemi del paese; la nazione soffriva di una completa destabilizzazione dei livelli della societá, di un’economia distrutta da una pessima gestione del patrimonio nazionale, di un livello di tassazione inadeguato ed ingiusto verso i cittadini, ed alla direzione della nazione sedevano ricchi nobili che si interessavano esclusivamente dei propri bisogni ed interessi. Nel giro di tre anni la classe feudale, nobile e religiosa venne pesantemente o completamente privata dei propri privilegi, lo stato si avvicinó ad un modello di uguaglianza sociale, politica ed economica; la chiesa — la cui influenza sulla pubblica opinione e sulle istituzioni le permetteva l’esenzione dal pagamento delle tasse ed un possiedimento di circa il 10% dei terreni dello stato — venne ridotta al livello di un’azienda statale, e lo stato viró verso una societá di tipo secolarista.

Il dispiacere nel vedere che, nel 2010, uno stato che si trova in simili condizioni ancora non trovi il coraggio di riprendersi in mano il potere é francamente disarmante ed al tempo stesso curioso.
Da un lato, noterá qualcuno, gli italiani non sono ancora alla canna del gas e, pur con un debito pubblico ad un passo dalla bancarotta, il malcontento é per ora esclusivo delle fascie di reddito basse; dall’altro lato, semplicemente osservando oltreoceano, un popolo in condizioni decisamente migliori é sufficientemente consapevole ed esigente da dichiarare all’uomo che ha introdotto la copertura sanitaria nazionale in America che sta per essere spedito a casa perché “anche se con la sanitá hai fatto un buon lavoro, il nostro primo interesse erano i posti di lavoro e la sanitá veniva solo seconda”.

Coraggio nasce da consapevolezza: ma all’Italia manca sia la consapevolezza dell’America del 2010, sia il coraggio della Francia del 1789.

Anche ove l’informazione sugli avvenimenti di attualitá é carente o manipolata e giustifica in qualche modo l’ignoranza, l’italiano manca comunque dell’autostima necessaria al rendersi conto di quanto merita; un qualsiasi cittadino europeo, credente in un’idea chiamata democrazia, difficilmente investirebbe il proprio voto in un leader provato per essere un corruttore di giudici, un manipolatore di istituzioni pubbliche, un legislatore ed usufruttuario di leggi ad personam, un falso, un amico di mafiosi, un noto perseguitore dei propri interessi sopra quelli degli altri; uno qualsiasi di questi elementi sarebbe sufficiente a rimuovere la compatibilitá non solo del candidato, ma del partito che lo ospita, verso un qualsiasi ruolo di peso istituzionale, indipendentemente dal partito o dal candidato. L’Italia non possiede putroppo l’autostima per comprendere quanto ci sia di sbagliato in questi elementi, ed é anzi convinta che si trattino di indici di ammirevole destrezza politica (se si fosse voluto eleggere un imprenditore onesto a capo del paese si sarebbe potuto propendere per, chessó, Mario Moretti Polegato).
Invece si é deciso che la persona piú adatta al ruolo é quella che arriva al numero uno barando, eliminando la concorrenza con il fango, controllando l’informazione; per questo compito, nessuno meglio di Silvio Berlusconi: altrimenti non si spiegherebbe come mai da settimane gli italiani non si dilettino in nient’altro che farsi intrattenere dalle fotografie di ballerine e menestrelle che per denaro avrebbero messo il regale salsicciotto in forno (ossia la cosa meno grave che Berlusconi abbia fatto da quando é in politica) come se tutto il problema vertesse attorno alla faccenda morale; fa invece poca o nessuna notizia quello che dovrebbe essere vero motivo di scandalo: il fatto che un primo ministo abbia fornito ad una istituzione pubblica informazioni false per ottenere il rilascio di una persona sotto indagine allo scopo di ottenere un beneficio personale, ammettendo il fatto pubblicamente, vantandosene, e rifiutandosi di vederne il problema.
Ci si fa polverone di polemiche su barzellette razziste, battute antisemite, esternazioni omofobe, corna in foto di gruppo ed altre uscite di questo genere, e nessuno ha niente da dire sul muro di problemi e di contraddizioni che questa persona porta sulle spalle ogni volta che si aggira in un un’istituzione pubblica. Come se ci si potesse comportare legalmente male e moralmente bene. Come se l’Italia avesse piú problemi con il fatto che il presidente paghi una puttana piuttosto che un giudice.

L’italiano non sa niente e da questo punto di vista la fine di Berlusconi non porterá niente: Berlusconi rappresenta quello che gli italiani vogliono vedere, ed alla sua caduta verrá eletta la persona che si saprá dimostrare piú simile a quello che gli italiani vogliono vedere. E’ ingenuo sperare che con la fine di Berlusconi coincida l’inizio del nuovo rinascimento italiano, esattamente come é ingenuo pensare che con la fine dell’era berlusconiana coinciderá l’interesse delle masse verso la questione del conflitto di interessi, verso la fedina penale pulita all’interno dei partiti, verso la questione morale — tutte cose delle quali non é mai stato visto un problema negli ultimi 15 anni con Berlusconi in carica, figuriamoci senza.
I ricchi resteranno ricchi, i poveri resteranno poveri, i furbi resteranno furbi; ma la vera rivoluzione, di cui l’Italia avrebbe tanto bisogno, si profila sempre in lontananza, ben oltre la caduta dell’uomo chiamato Silvio Berlusconi.

Armi di Distrazione di Massa

Per quanto si giri per siti di informazione “britannici”, viene evidente che l’importanza di una notizia é qualcosa che raggruppa un ideale collettivo e viene definita dal buon senso — diversi giornali possono decidere di dividere la proprie notizie in diverse categorie: cronaca, business, politica, finanza, ambiente, tv, etc, ma l’impatto che queste debbano avere sulle pagine del quotidiano, l’ordine in cui queste appaiono nella homepage del sito in questione, é pressoché assodato; non é importante che il lettore sia piú interessato a notizie di ambiente piuttosto che di politica estera: nel momento in cui tu, lettore, apri la pagina iniziale (internet) o leggi la prima pagina (cartacea) del quotidiano ti trovi davanti le notizie che sono considerate piú importanti in luce del senso comune. Quindi, nonostante diversi quotidiani britannici possano svettare sugli altri per taglienti editoriali, per studi finanziati di propria tasca che evidenziano certi aspetti della societá, o per interviste esclusive con personaggi di spicco, la prime pagine britanniche si assomigliano pressoché tutte.

Sí puó dire la stessa cosa dell’Italia? Sí e no.

In Italia l’ideale collettivo di notizia é anche lí condiviso collettivamente e le pagine iniziali si assomigliano abbastanza (escludiamo dal ragionamento le abituali manipolazioni degli articoli per leccare il culo ai proprietari), ma l’importanza delle notizie é una concezione completamente diversa da quella britannica: nel Regno Unito, ad esempio, la notizia di una madre schizofrenica che accoltella tre volte la figlia prima di scioglierla nell’acido nella vasca di casa non esce dalla pagina della cronaca interna, ottenendo l’equivalente di una pagina 6 o 7 “cartacea”; questo perché la notizia “non é notizia”: riguarda due singoli cittadini e, aldilá dell’interesse verso la psicologia del criminale e le statiche di casi simili a livello nazione, non ha rilevanza sull’intera collettivitá. Qualcuno potrebbe asserire che casi simili sono talmente comuni che nel loro ripetersi “non fanno notizia”, eppure non é necessariamente cosí: infatti a paritá di base statistica lo stesso approccio mediatico non avviene in Italia, ove casi come quello appena citato vengono “cresciuti e nutriti” per occupare le prime pagine con cadenza e durata stagionale, ma non solo: i giornalisti italiani operano qualcosa di ancora piú curioso: per evitare che l’impatto della notizia in questione venga “inquinato”, evitano di riportare notizie simili per il periodo immediatamente seguente all’avvenimento (questo, o dobbiamo pensare che tutti gli psicotici d’Italia si telefonino tra di loro per mettersi d’accordo su quando non é conveniente ammazzare i propri familiari).
Un’ altra operazione che il giornalista italiano effettua sulla notizia é assegnare identitá uniche ai personaggi in questione, cioé, per dirla in altre parole, crea “protagonisti”; questo avviene facendo diventare “Thomas” “il piccolo Tommy”, “Maria Rossi” “Nonna Maria”, il vicino di casa “una persona vicina alla famiglia” e cosí via; questo processo viene accompagnato alla produzione di materiale come fotografie ed interviste che deviano di diversi chilometri dalla strada del cosiddetto “dovere di cronaca”, creando un autentico “reality show”: cosí, mentre nel Regno Unito possiamo aprire un giornale e leggere “Madre uccide figlia e la scioglie nell’acido”, in Italia arriviamo a titoli incomprensibili come “Sarah, indagata anche Sabrina”, o “Sabrina nascose per alcuni giorni il diario di Sarah” (sto citando titoli veri).

La cosa che va oltre la constatazione e diventa preoccupazione, é che nel Regno Unito lettori interessati a questo genere di — chiamiamolo cosí — “approfondimento” é facilmente identificabile poiché la loro morbositá verso un certo tipo di notizie é soddisfatta da un certo tipo di giornale: infatti per questo scopo hanno inventato i tabloid, che sono pubblicazioni che partono dagli “scarti” dei giornali e creano “scandali”, esasperando i dettagli dei casi di cronaca violenta ed evidenziando le attivitá personali di personaggi pubblici — giornalisticamente noti per le cariche che ricoprono — piuttosto che concentrarsi sul “buon senso” dell’ “importanza della notizia” citato ad inizio articolo: in questo modo il giornale puó concentrarsi sulle notizie vere e chi vuole approfondire lo fa in altra sede. In Inghilterra certamente non ci se ne fa vanto, ma: o compri un tabloid e non leggi le notizie, o leggi le notizie e non leggi il gossip. In Italia questa distinzione non esiste, o per lo meno finge di esistere, ma de facto desume che tutti gli italiani si interessino anche di notizie “da tabloid”.
E’ veramente cosí, mi domando?

Personalmente, preferisco credere che in realtá i giornali hanno deviato il loro mestiere diventando armi di distrazione di massa, piuttosto che credere che gli italiani preferiscano le notizie di tabloid alle notizie “vere”. Senza tirare in ballo il piú famoso capro espiatorio d’Italia, una motivazione alternativa potrebbe essere il mero fattore economico: una notizia fornisce un’informazione e non coinvolge il lettore, mentre una storia lo lega ed obbliga a seguirne gli svolgimenti, aumentando l’interesse e quindi le copie vendute.
Il meccanismo é semplice: é come se da domani apparisse in prima pagina sul Corriere un’articolo sulle corse dei cavalli, che anticipa una corsa che avverrá domenica: crea i personaggi, satura la storia di dettagli, parla oggi, parla domani, quando arriva finalmente arriva domenica i lettori saranno piú interessati a leggere com’é andata la corsa piuttosto che sapere, chessó, della riforma della giustizia, e da qui ecco che il giornalista sbatte in prima pagina la notizia “non importante ma desiderata” sulla corsa dei cavalli: ma cosí facendo il giornalista ha sbagliato il suo mestiere, passando da “giornalista che dá le notizie” a “redattore per una rivista di cavalli”. Per questo stesso motivo mai accadrebbe nel Regno Unito che, su di un giornale, la notizia di un cittadino 32enne morto per denutrizione in carcere possa mediaticamente essere messa in ombra dalla quella della morte di un cefalodope in un acquario tedesco — beh In Italia questo accade.
Seguendo l’esempio citato appena sopra, la conseguenza naturale di questa mancanza di linea netta tra la notizie “da giornale” e quelle “da tabloid” é che in Italia abbiamo un sacco di persone che sanno tutto di cavalli ma niente di tutto il resto, e la cosa ancora piú preoccupante é che credono anche di essere informati.

London River

L’altra sera ho visto per sbaglio questo film, London River: un film ambientato nel Luglio 2005 nella capitale britannica subito dopo gli attentati terroristici.

La visione del film mi ha fatto parecchio pensare. Innanzitutto spiegheró brevemente, senza scendere troppo nei dettagli, la trama.
E’ la storia della classica signora “di campagna”, cresciuta tra asini e vigneti, che nel mezzo delle faccende quotidiane viene sconvolta dall’annuncio alla TV degli attacchi terroristici: il suo pensiero va immediatamente alla figlia che vive a Londra, e che cerca di contattare, ma che non riesce a raggiungere poiché il telefono risulta costantemente spento. Della figlia, la signora possiede solamente un numero di telefono ed un indirizzo: sommersa dalla preoccupazione e dalla paura prende cosí la decisione di recarsi a Londra di persona per raggiungerla. Il destino le fará incontrare un signore musulmano, anch’egli in cerca del figlio scomparso, dal quale comprenderá che entrambi i loro figli si conoscevano e frequentavano.

A fornire un freddo realismo alla storia — che si eleva ben oltre il dozzinale dramma americano — c’é il fatto che la signora é ingenuamente razzista, e non prende di buon occhio la scoperta che la figlia viveva con un musulmano, inoltre si rifiuta di collaborare con il padre del convivente della figlia, nonostante renderebbe le ricerche piú effettive. Per esperienza personale trovo che fuori da Londra la mentalitá quotidiana é ben differente dall’apertura mentale che si riscontra nella capitale (a volte é sufficiente fare un ora di treno per convincersene) quindi le reazioni della madre mi sono sembrate credibili.  L’altro aspetto del realismo é dato dal fatto che la TV manda le notizie andate veramente in onda: per uno che vede il film da Londra é qualcosa che manda i brividi dietro alla schiena. La terza cosa é la normalitá con la quale polizia ed ospedali, in stato pienamente confusionale, forniscono informazioni del tipo “provi a cercare in quell’ospedale lá”, “metta dei cartelli in giro dicendo che sua figlia é scomparsa”, “ha giá provato a guardare all’obitorio?” e cosí via. Anche qua credo sia tutto realistico con la vicenda in questione (magari poi queste cose le dicono sempre, ma spero di non dovermi trovare mai in condizione di doverlo scoprire).

Ma la cosa che mi ha fatto piú riflettere é la probabilitá con la quale una storia del genere potrebbe essere accaduta realmente: in un’attentato di tale scala in una cittá metropolitana (ricordo che ci sono stati 52 morti), quanti genitori, da una TV localizzata in qualsiasi parte del mondo, si saranno sentiti il cuore stretto dalla paura nel non sapere dove si trovava il proprio figlio in quel momento? In quanti casi questi genitori avevano solamente un singolo numero di telefono al quale affidarsi per ottenere una risposta? Quanto tempo avranno aspettato questi genitori per una risposta?

Mettendo che un giorno provassi a sparire deliberatamente (facciamo la sparizione “per scelta” per sdrammatizzare): io credo che la prima persona ad accorgersi della mia assenza sarebbe il mio capo, la mattina seguente (se giorno settimanale) e pure con un velo di incazzatura per non aver chiamato per avvisare. Ma da lí a raggiungere casa per la notizia della “sparizione” quale collegamento ci sarebbe? La stessa cosa anche dall’altro lato del mare: nessuno ha il numero di nessuno, né tantomeno parlerebbe la stessa lingua! Chi chiami?! Probabilmente lo verrebbe a sapere prima Facebook (“Aggiornamento stato: Oby é passato a Scomparso”.  “Aggiornamento stato: Oby é passato a Morto!”. Commenta, Mi Piace, Regala collana di fiori, etc etc). Di certo se fosse per i miei coinquilini si accorgerebbero della mia assenza alla prima bolletta del gas o dell’elettricitá, quindi forse a cadenza trimestrale.
Comunque che argomenti allegri, facciamo che vi lascio un trailer, e poi vedete voi se é meglio essere rintracciabili o meno quando vivete all’estero.

PS: C’é anche un trailer in italiano, ma se lo guardate sappiate che vi disconosco dal mio testamento.

Vita Quotidiana Londinese

La mia vita quotidiana londinese é giá cosí stressante e frenetica di suo che il mio sogno perfetto sarebbe poter passare, non dico tre, non dico due, ma almeno un giorno di pace e tranquillitá tra le mura di casa, senza avere a che fare con flatmate dalla porta tendente al suicidio o mostri che sbucano dalla tazza del water; comprenderete la gioia nel cuore del sottoscritto nello scoprire che la flatmate preferita si sta per assentare per una settimana.

Ebbene, giá ora che é partita da due giorni, posso dire che tutta la mia esistenza é giá completamente stravolta: alla mattina posso dormire fino al suono della sveglia; al mio ritorno dal lavoro posso leggere ad esempio un articolo sul sudamerica sapendo che non lo accompagnerá come valore aggiunto la discografia di Shakira, o un’articolo sull’Italia senza il concerto di accompagnamento “Live in Piscinola-Marianella” di Gigi D’Alessio; quando sento che qualcuno sta per chiudere una porta non ho bisogno di tendere una mano a trattenere il vaso di fiori; e quando abbasso il volume della tv durante un reportage della BBC sulle invasioni di Vichinghi nell’Irlanda del nord lo sento abbassarsi per davvero.

Se alcune cose vanno meglio, peró, alcune altre devo necessariamente andare peggio.

Infatti ieri mattina faccio per uscire di casa per andare al lavoro quando, sull’uscio, mi rendo conto che sta piovendo: accidenti, che sfortuna.
Mi volto per afferrare un ombrello al volo quando il primo neurone mattutino, giá in piena attivitá, porta alla mia attenzione un particolare: non ero ancora uscito dalla porta.
Ed ecco cosí che, con l’espressione di incanto di Brian Krause che scopre uno scorcio sconosciuto di “Ritorno alla Laguna Blu”, faccio conoscenza con una romantica cascata celeste che si propone goliardica sul nostro muro di casa — un po’ tipo ristorante cinese di periferia — che, passando con grazia sul lietissimo contatore dell’elettricitá (che ringrazia sibilando) conclude il suo impavido percorso sotto forma di ruscello oltre l’ingresso di casa, dove folcloristiche cornacchie grigie degli Urali fanno tranquillamente il bagno augurando la buona giornata.

Dato che é casualmente la seconda volta che il nostro contatore dell’elettricitá si prende una benedizione, e dato che la moquette comincia vagamente a tendere all’acquitrinoso, preso dal panico chiamo immediatamente la Landlady (per la cronaca, QUESTA landlady) la quale mi comunica, con la voglia di aiutare paragonabile a quella di Roberto Calderoli al centro di accoglienza immigrati di Contrada Pian del Lago: “Ah! Ma giá lo sapevo che avevate una perdita!”.
Beh, o meravigliosa testolina di giovenca del Bosforo, hai mai pensato che avresti anche potuto fare un gesto di chiamata all’idraulico? O hai pensato che qui si usi lavarsi i denti mentre si legge la posta?
Ad ogni modo, ricompostomi dai miei primi pensieri di ira — che mi avrebbero fatto misteriosamente ritrovare con un affitto aumentato — domando: “E… pensa che si potrebbe sistemare?”.
Beh,” mi risponde lei, “ma mio figlio non puó! Questa settimana é a Greenwich per un corso di astronomia!” (Oh, meraviglia: e noi con l’acqua in casa per una settimana perché il figlio deve guardare le stelle!).
“Ma, scusi, ed un idraulico non lo si puó chiamare?”
Ed ecco che parte il solito giro di valzer: “Sí, no, mah, va beh, adesso vediamo, magari non é cosí grave, devo vedere, devo chiamare l’idraulico quello bravo (che é sempre il figlio, nda), ho un po’ di problemi con il telefono (come no, com’é che é al telefono con me?), presto sará il weekend (é martedí…), gli idraulici sono tutti un po’ impegnati adesso (cos’é lei é la centralinista?), ora vedo un po’, ti faró sapere, chiamo e poi ti dico …”
“Insomma quando ci fa sapere?”
“Settimana prossima!”
E te pareva, insomma siamo ancora lí — Va beh, faccia con calma, intanto mi faccia sapere se devo comprare una poltrona gonfiabile per muovermi per casa; ho giá in mente di usare le ante del contatore come pagaya.

Per aggiungere un’altro paragrafo al capitolo “Brutta giornata? Tranquillo, tanto andrá peggio”, ecco che mi giunge la novella che mancava, consegnatami dell’altro flatmate, quello rimasto in cittá, che con il sorriso del gatto del Cheshire mi annuncia sbattendo una cotoletta di pollo: “Sta per arrivare mio fratelloo!”.
“Va bene,” dico io, “benvenuto al fratello, beato lui che si fa la vacanza”, tanto, penso che dopo essere sopravvissuto agli ospiti di Michael, manco dovesse arrivare il Mullah Omar con tutto l’esercito dei talebani al seguito credo che riuscirei ancora a conviverci (e probabilmente sarebbero piú puliti).
“Ah OK,’ mi dice lui, “no perché mio fratello viene a cercare lavoro a Londra”.
Mi si rizzano le antenne: “In che senso a cercare lavoro a Londra?“.
“Eh,” specifica lui, “prima viene qua da noi con calma e si sistema, poi cerca lavoro con calma, e ancora poi (sempre con calma, n.d.a.) cerca casa.”
“Ah, ma che intraprendente fratellino, uno che si lancia proprio di petto eh… e quindi quanto si ferma?”.
“Beh, cominciamo con due o tre mesi
Mi verrebbe da risponderti qualcosa — sempre con calma — ma lasciamo perdere; guardando la cosa con ottimismo, per lo meno adesso quando la bolletta dell’elettricitá é in corso di produzione so a chi far fare l’autolettura.

Minoranze

Si puó dire molto di un paese osservando il metodo in cui questo informa i propri cittadini; questo perché il metodo di informazione tende a riflettere lo stato economico-politico-sociale del paese in questione; non a caso l’insieme di opinioni estere su ció che accade in un determinato paese tende spesso a riflettere una visuale piú chiara di quanto non lo facciano la somma di tutte le opinioni per cosí dire “intestine”.

Detto questo: come si distingue un fatto da una notizia? Io ritengo che un fatto sia un avvenimento, ossia una veritá oggettiva ed inoppugnabile, mentre la notizia é il mezzo con il quale si riporta il fatto all’attenzione pubblica; ma come agiscono i giornalisti quando il fatto in sé stesso é indice di qualcosa di piú grande, di una “realtá” invisibile? Come si definisce la linea tra il riportare un singolo fatto oggettivamente, il supportarlo ad altri fatti che nell’insieme compongono una rappresentazione, ed il riportarlo inclinandolo di modo da calzarlo al pensiero dello scrivente o — fattore diversamente uguale — al pensiero del ricevente?

Ad esempio la BBC (intesa come canale TV, non come BBC News) ha commissionato uno studio per meglio comprendere l’opinione pubblica sul proprio operato nel rappresentare personaggi omosessuali all’interno delle proprie serie televisive, e come questa opinione si comparasse con quella verso gli altri canali nazionali; BBC News ne ha poi pubblicato i risultati titolando “Gli spettatori vogliono un rappresentazione piú realistica dei gay in tv“; e svolgendo l’articolo ha spiegato come “la maggioranza degli intervistati si sentiva a proprio agio osservando tematiche omosessuali trattate in TV e chiedeva un’integrazione dei mondi eterosessuali ed omosessuali, di modo che l’orientamento sessuale possa diventare meno punto di discussione e piú un’identitá inserita in mezzo a tutto il resto“. Ne ha poi aggiunto che “un 18% degli intervistati ha dichiarato di non sentirsi a proprio agio con la rappresentazione di scene di intimitá emozionale e fisica tra due persone dello stesso sesso“.

Questo credo rappresenti un buono esempio di come si riporti una notizia in un paese democraticamente moderno: si elenca il fatto, si dettagliano i numeri, si spiega come la gente ha reagito. Un cittadino che legge questa notizia é portato a pensare che i personaggi omosessuali sono ben accettati dalla maggior parte degli spettatori tv, mentre una minoranza non si trova a proprio agio.

Scendiamo ora oltremanica, anzi oltralpe, e vediamo come il tipico giornale italiano ha ripreso la notizia:
Il Corriere online, ossia il principale quotidiano di informazione italiano, titola: “Gli inglesi e i gay in tv, uno su cinque prova disagio“. L’articolo comincia con la seguente frase: “I telespettatori della Bbc mal sopportano di vedere gli omosessuali in tv e a dirlo è uno studio“. Credo che a questo punto quel che sto cercando di illustrare sia giá evidente; ma preseguiamo.
Un altro passaggio dell’articolo in questione recita “La preoccupazione maggiore di queste persone (chi si sente a disagio, nda) è che, pur trasmettendo tali scene, la Bbc rimanga imparziale e non legittimi l’omosessualità come scelta di vita“.
In particolare per pubblicare queste aggiuntive dichiarazioni, delle quali ovviamente leggendo l’articolo originale della BBC non vi é traccia, noto che il Corriere é andato ad attingere ad un’articolo laterale del Daily Mail (giornale che non linko per non sporcarmi le mani, se lo volete lo trovate nell’articolo del Corriere).

Per concludere l’articolo e rimanere sulla questione, infine, il Corriere decide anche di spendere una frase sul censimento dei dati dell’”Office for National Statistics”, che, sempre secondo il Corriere, indica “risultati a dir poco sorprendenti: a dispetto, infatti, delle cifre precedentemente stimate e usate come base per la distribuzione di denaro pubblico a favore di cause sulla parità sessuale, in realtà, solo l’1,3% della popolazione maschile inglese sarebbe gay, mentre un risicato 0,6% di donne si è definita lesbica e un ancor più esiguo 0,5% si è dichiarato bisessuale”. Ohibó, se avessi soltanto letto l’articolo del Corriere sarei quasi portato a pensare che i gay sono pochi, poco graditi, ed anche un po’ ladri. Questo senza notare l’aggettivo “inglese“, che non si capisce se faccia riferimento al fatto che il sondaggio é stato effettuato in Inghilterra (cosa in questo caso erronea, perché ha coperto il Regno Unito), o al fatto che l’Italia se ne vuole chiamare fuori, ma queste riflessioni le lascio a voi, ora passiamo al discorso dei “fatti che messi insieme riportano una realtá“.

Ad onore del vero devo dire che, quel che il Corriere sembra essersi dimenticato di aggiungere mentre tutti gli altri giornali britannici hanno riportato, é che questi dati sperimentali (aggettivo ancora un volta omesso dal Corriere)  farebbero figurare qualcosa come 750,000 gay su suolo britannico; a molti la cifra sembra troppo bassa.
Il punto é proprio questo: in questa circostanza ci sono fatti esterni che contrastano con il fatto che si vuole riportare, ed un giornale che ha a cuore l’informazione dei propri lettori non dovrebbe omettere questi fatti laterali (e collaterali) che da una “mancata veritá” finiscono con il manipolare la ricezione di un fatto da parte del lettore. Ad esempio il Corriere avrebbe potuto spendere una riga in chiusura per far notare, chessó, che un sito britannico chiamato gaydar.uk all’annuncio dei dati ONS si é domandato chi allora avrá mai aperto questo milione e mezzo di account negli UK, generando una serie di discrepanze difficilmente concordabili (ve la sentireste di dire che il numero di account Facebook in Italia corrisponde al numero di cittadini italiani? Non credo proprio); inoltre pare che, per qualche strano motivo, la maggior parte dei gay si concentri nella fascia di etá adulta ed occupi posizioni lavorative salde e ben renumerate — quasi come si sentissero sicuri di dichiararsi — mentre sembrino non esistere gay tra le fascie dei teen-agers ed all’interno di minoranze etniche e religiose: come mai?
Ancora una volta, per chi vive nel Regno Unito, arriva in salvezza la BBC, che con un articolo chiamato “In the closet or not“  ci spiega che l’1,5% della popolazione “wouldn’t add up” (non tornerebbero i conti) — la fuga dall’eterosessualitá, sia essa ad occasione singola, ripetuta, o perpetua, é infatti storicamente un fenomeno ben piú ampio e non é un caso che ci sia una differenza tra chi il gay “lo fa”, e chi il gay “lo dichiara”: giá ad uno quando la sondaggiatrice svergognata lo chiama la domenica mattina per chiedere quale compagnia gli fornisce l’aria condizionata immagino vorrebbe rispondere “fan-cool“, in piú immaginatevi se il padre di famiglia vi verrá mai a dire sulla porta di casa, chessó, che il terzo mercoledí del mese va a giocare a “che dito é questo” con la moglie ed il collega di lavoro, o vi domandi se un travestito non-transgender valga come uomo o come donna perché non saprebbe in che categoria mettere la X sul questionario. Insomma: non esiste. Tutte le “minoranze” sono piú difficili da identificare delle “maggioranze”, ma ancora piú difficili sono da identificare quelle minoranze che sono definibili soltanto dalla persona in oggetto.

Concludendo, il problema in questione non voleva essere l’identificabilitá in percentuale di una data minoranza, ma il far notare come un certo tipo di giornale informi un certo tipo di cittadino in un certo tipo di paese, e di come di conseguenza questo ne influenzi i pensieri. Ho l’impressione che in Italia si faccia di tutto per mantenere l’immagine di paese machista: i trans vengono fatti passare come una sorta di prerogativa estrema fruibile soltanto dal mondo dei vips (che come scusa avrebbero il fatto di essere ormai stanchi dei soliti, frequenti rapporti eterosessuali, lol); i rapporti intimi con persone dello stesso sesso sono limitate al mondo pubblicitario (nel caso di donna) o al mondo artistico/letterario (nel caso dell’uomo); tutto ció che esula passa sotto il cartello “pestaggio autorizzato”, che nel bene o nel male viene visto come la normalitá anche dai media, che in questi casi sí che si fermano soltanto a riportare il fatto, senza spiegare come mai ció avviene.
Il Regno Unito non viene da una strada completamente lontana: fino a 7 anni fa un impopolare emendamento inglese recitava che nessun entre locale poteva “promuovere l’omosessualitá o istruire sull’accettabilitá dell’omosessualitá” — emendamento fortemente supportato anche da Dave Cameron, tra le altre cose — eppure i britannici non hanno avuto paura di cambiare: ci si é informati, si ha votato, si ha cambiato. Lo stesso Dave Cameron si é scusato per le sue asserzioni (“é stato un errore e me ne scuso” ha dichiarato, proprio come avviene in Italia), ed ha aggiunto che la tolleranza e l’uguaglianza devono cominciare dagli ambienti scolastici e che sono parte del suo programma. Stiamo parlando di un leader del partito conservatore.

La politica cambia con i cittadini, l’informazione cambia con i cittadini. Ma in Italia, ne l’una ne l’altra cambiano mai.

Londra Da Bere

Quando si utilizza l’espressione “Milano da bere” bisogna ricordare che prima di assumere il significato negativo che le si é associato con lo scandalo di tangentopoli nei primi anni ’90, la stessa voleva inizialmente rappresentare un elogio allo sviluppo degli ambienti “bene”, all’ascesa economica di certi ceti sociali, al decentramento del potere ed al successo degli audaci, alla ricerca del prestigio, all’anima trend e possibilista della cittá. Il modo in cui il “sogno” venduto dal famoso spot tv sia stato poi estrapolato e “messo in pratica” dagli italiani credo definisca perfettamente l’idea che questi ultimi hanno hanno della “scalata alla carriera” una volta applicata al mondo reale (é la stessa idea che hanno oggi, dopotutto).

Se dovessimo invece cercare una cittá cittá piú adatta all’espressione “da bere”, credo risulterebbe oggi piú associabile Londra, che ricalca meglio l’immagine della cittá possibilista (possibilmente anche meno disonesta e piú meritocratica).

Ad esempio, dopo la disfatta del precedente governo Labour e la successiva ascesa al potere dello scintillante rivale conservatore David Cameron, ieri mattina i britannici si sono svegliati con un nuovo capo dell’opposizione: Ed Miliband.
Il signor Miliband ha 40 anni, é nato a Londra, figlio di immigrati ebrei e marxisti, ha studiato alla London School of Economics, é giovane, colto, intelligente; il suo partito l’ha eletto per quello che vale, senza guardare il suo cognome o la sua etá.
David Cameron, dal carrozzone del vincitore, sa perfettamente che presto dovrá correre ai ripari: il malcontento sta crescendo rapidamente sotto il governo in carica a causa dei pesanti tagli–comunque necessari, anche se lo si tende a scordare facilmente–al settore pubblico.
Miliband si fa vanto di essere “uomo di sinistra”: vuole pareggiare il divario tra il ricco ed il povero, usa il termine “investire” invece di “tagliare”, é ambizioso; dice di voler “fare alla sinistra ció che la Tatcher fece alla destra”.

Insomma, politicamente se ne pensi quel che se ne pensi, ma da osservatore della politica italiana non posso fare a meno di notare come entrambi i leader di governo ed opposizione in questione si siano fatti da soli: sono giovani (David Cameron ha 43 anni), non sono figli di politici, non hanno un cognomi celebri, hanno passione, dinamicitá, coraggio, voglia di fare. Piú di tutto hanno idee. E basta guardarsi attorno per scoprire che come loro ce ne sono a migliaia, sono ovunque: sono studenti universitari, sono editorialisti, sono giornalisti televisivi, sono imprenditori in erba; sono tanti ed inarrestabili e non hanno paura di combattere perché sanno che tra di loro qualcuno emergerá, avrá successo e lascerá il segno. Se non é questa la Londra da bere!

Chi Cerca Trova! – Parte 2

Signore e signori: oggi, post cazzone.

Siccome Life of a Misfit é ormai celebre per essere il covo della cultura d’alto borgo, dove gli editoriali sono cosí affilati che quasi quasi ci si taglia, dove l’utente medio vanta un livello di intelligenza pari a Jack lo Squartatore, dove politici e concubine terrorizzati vanno a minacciar denuncie pur di oscurare la veritá (va beh, questo é successo veramente, sorvoliamo), oggi celebriamo lui: il lettore casuale di Life of a Misfit, il vascello della rete che in preda alla corrente finisce con l’ammararsi sui lidi del disadattamento, il venturero di questo mondo, unico e criptico, del quale egli osserva gli estremi come la giovenca smaliziata guata il treno caliginoso. Benvenuto, impavido Ulisse! Forse non avrai trovato quello che stavi cercando, ma di certo te ne sei andato lasciandoci un sorriso.

Ecco dunque a voi la parte 2 del “Chi cerca trova!”, ossia la lista delle piú esilaranti chiavi di ricerca che  — anche Google non sa bene spiegare come — hanno condotto qualche navigatore disorientato verso il mio sito.
Come per la parte 1, ho aggiunto tra parentesi i miei spontanei (ed intrattenibili) commenti.

-Categoria: “Stavo cercando in internet e Google e mi ha diretto qui”
cacca di mucca
(la cerchi in bustina o in sacchetto?)

voglio fare l’avvocato
(e ovviamente uno comincia con Google..)

frasi per cercare lavoro londra
(ehm.. “I’m looking for a job?”)

cosa si puo’ fare in una festa a sorpresa?
(rivolgersi ai messicani)

londra costruzione fallica vetro
(prova ad iscriverti alla mailing list di Renzo Piano..)

valeria marini che schiaccia i brufoli a riccucci
(ovvero: quando il gossip diventa grassip)

il mezzo più sicuro per pagare a londra
(in natura..)

grattacielo pinnacol londra
(scritto proprio cosí, di sicuro ne troverai dieci …)

ho le mutande con le sgommate
(ma ti prego!!)

a londra ci sono i gatti che cantano
(di certo ci sono gli italiani che fumano….)

-Categoria: “La mia passione é la politica”
politici paparazzati nudi
(comincia dalla Carfagna: la ricerca sará breve)

tette della Brambilla
(il famoso “ministero per l’allattamento”?)

-Categoria: “Io credo”
michael jackson è vivo
(come no, é in concerto il mese prossimo all’O2…)

auguri ad un sacerdote trasferito ad un altro convento
(auguri e figli d’altri)

ora mi ammazzo
(lo stesso visitatore di tre anni fa — certo che te la prendi comoda..)

ed infine, non poteva mancare la nostra categoria preferita:

-Categoria: “Viva l’amore”
cerco troie a londra
(ah, Londra, c’é chi viene per il Big Bang, chi per il Buckingham palace …)

transessuali londra
(…c’é chi viene per gli uomini, chi per le donne …)

dove sono le troie a cagliari?
(seconda via a destra dopo il cinema Ritz?)

tutti i cazzi per Mary
(da aggiungere alla collezione a: “la caricano in 101″)

la colf é senza mutande
(ehm.. magari aveva bisogno di prendere un po’ d’aria?)

graziose signorine smutandate da vedere gratis
(notare come google li mandi tutti da me questi individui…)

video segretarie abusate sulla tube
(oléé, qua mi fanno passare pure per maniaco)

negozi con cassiere troie
(prova a vedere da Tesco..)

dove posso trovare contatti di puttane su msn
(e Google dice: “Ceerto! Vai da Oby!!”)

e per finire — come sempre — in bellezza:

voglio accoppiarmi con un cervo
(ah, ed il cervo lo sa?? — In bocca al lupo! Ti prego facci sapere come finisce!)

Adro, Provincia di Kabul

E va bene, ho cercato di evitare la notizia tanto che mi é stata spedita direttamente nella casella di posta elettronica da lettori stupiti ed alterati. Volete un mio commento? Ed io che vi devo dire? Quella scuola si trova a 20 minuti da casa mia!

Come dice l’articolo di Repubblica, chi abita in quelle zone e non é leghista ha semplicemente due scelte: vivere da cittadino di qualitá inferiore, o emigrare.
Io sono emigrato.

Certo che si prova tanta amarezza, tanta delusione; esattamente come la lasció la vicenda della targa a Peppino Impastato rimossa per quella di un prete locale, e della mensa in cui i bambini senza la retta pagata venivano lasciati a digiuno.

Tutto questo si puó combattere? Si puó reagire? No, non si puó.
Tanto meno quando sei solo contro tutti, quando i tuoi genitori sono leghisti, i tuoi parenti sono leghisti, i tuoi amici sono leghisti, dove ció che é garantito non ha motivo di venire discusso, e dove ció che mette in dubbio quel che si ritiene garantito viene trattato come l’assurdo.
Tu reagisci? E loro ti guardano come gli anticorpi che vedono un nuovo tipo di virus: si riuniscono per un attimo, si guardano confusi, confabulano, sibilano frasi in dialetto, poi prendono l’approccio della comicitá: si ride. Eh, si ride. Credono tu stia scherzando. Dopotutto se nasci in una maggioranza etnica naturalmente avvantaggiata che motivo potresti avere per interessarti di quel che accade dall’altro lato?
Invece quando reiteri che non credi in quello che la lega va propagando, che si tratta di un partito politico che fa leva sull’ignoranza della gente creando un “mostro” del quale si ciba, allora si preoccupano; prima tentano di salvarti, di redimerti. Infine, alla tua insistenza, al tuo far notare come la lega desse del mafioso alla persona con la quale si é alleata, a come il suo leader -ministro della repubblica che ricopre ruolo di unitá nazionale- inneggi alla secessione della nazione, al distacco da Roma (dalla quale é pagato), di come in un paese costituzionalmente laico si imbulloni il cristo al muro ma si professi il matrimonio celebrato con riti pagani che inneggiano a celti e druidi. Niente, a quel punto ti distruggono. Non c’é discussione, non puó esistere, poiché la veritá non la si puó piegare: la si nega.

E fa male perché vedere cuori, in fondo buoni, diventare cattivi, manipolati fino a manifestare uscite tanto ingenue di paura, lascia un sapore amaro e persistente in gola. Fa male vederli disinformati, plagiati e controllati; la paura li governa e cercano sicurezza in istituzioni come la chiesa, il partito politico di turno, il cavaliere che si erge in difesa degli attacchi dei mulini a vento.

E quindi che dire di una scuola privatizzata dalla giunta locale per indossare la veste di un partito politico? Di bambini imbevuti a livello istituzionale in un un credo secessionista? Di un’istituzione piegata ai voleri della politica e della religione?
Diciamo che se doveste raccontarlo all’estero crederebbero steste parlando del Pakistan, o dell’Afghanistan.
Il collegamento ha piú di un risconto: se in Italia la religione principale fosse l’islamismo, i leghisti sarebbero i talebani del nord Italia:  integralisti di una fede interpretata, uniti dalla Shari’a, immolati alla Jihad. Brescia come Kabul; l’Italia come l’Afghanistan.
Le convenzioni ONU sono giá state violate, presto arriverá la condanna di Hillary Clinton; poi vedrete Angelina Jolie con il babushka sulla testa, a girare per le vie di Adro a portare da mangiare ai bambini lasciati fuori dalla mensa – da lí ad un attacco delle forze armate americane la strada sará breve. Ma gli italiani saranno felici: scenderá il prezzo della benzina.

[PS: Vi lascio il link al diario di uno studente di Adro]
[PS2: Da oggi lifeofamisfit.com dovrebbe essere facilmente visualizzabile anche dai vostri cellulari, senza alcun cambio di indirizzo. Connettendovi con il vostro telefono/palmare visualizzerete una versione "light"]

Peace,
Oby

La polvere sotto al tappeto

Anche la piú sprovveduta delle casalinghe vi saprá spiegare il motivo per cui é meglio raccogliere la polvere in un sacco piuttosto che spazzarla sotto al tappeto. Istituzioni come la chiesa, invece, dopo generazioni di imbarazzanti scheletri cascati dall’armadio ancora non sembrano riuscire a comprendere l’utilitá di tale pratica.

Prendiamo ad esempio questo bello scheletrone risalente agli anni ’70 e recentemente sbucato dalle ante dall’armadio: nel luglio del 1972 l’IRA – un’organizzazione terroristica che reclamava l’espulsione dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito (specifichiamo: a suon di tritolo) – operó un omicidio di massa facendo brillare tre autobombe in una minuscola cittadina della provincia del Londonderry: lo scopo era quello di rivendicare il potere su di una fetta di territorio ove lo stato stentava a tenere controllo, e per tale rivendicazione nove ingenui cittadini che passavano da quelle parti vennero loro malgrado fatti saltare per aria.

Se é vero il detto: “il paese é piccolo, la gente mormora” é anche vero che un aspetto in particolare della vicenda fece da subito sollevare un sopracciglio o due: subito dopo l’attentato molti locali indicarono infatti uno schivo prete locale come la persona piú informata sugli eventi: tale Padre James Chesney (oggi morto e sepolto: é deceduto nel 1980) sembrava infatti misteriosamente informato sulla vicenda; inutile immaginare negli anni 70 quanto scandalo generó una simile voce, eppure, dopo avere comunicato di avere interrogato in un paio di occasioni il prelato in questione, la faccenda venne rapidamente liquidata dalla polizia locale: dichiararono che Padre James non era coinvolto nella vicenda e tutto cadde nel vuoto. Certamente avrá sollevato un sopracciglio o due anche il fatto che a meno di un anno dagli stessi eventi il loquace prelato fosse stato poi trasferito in una diversa prefettura da Mr. William Conway (Cardinale della Chiesa Cattolica in Irlanda) ma anche questo, dopo un po’ di rimestolío di notizie, finí nel vuoto cosmico.

Una bella sbattuta a questo tappeto vecchio di  37 anni viene finalmente data dal rapporto rilasciato dalla Polizia Irlandese il 24 Agosto 2010: veniamo cosí a scoprire oggi che non solo Padre Chesney era coinvolto nell’attentato, ma che ricopriva anche il ruolo di “direttore delle operazioni” della zona del suddetto gruppo terroristico – incredibile ma vero.
Lo shock per la scoperta vale peró soltanto la metá della sorpresa: non soltanto la polizia aveva informato la chiesa che un loro prelato reggeva le redini di un gruppo terroristico, ma la documentazione dimostra anche che la chiesa si era rapidamente adoperata affinché – tramite accordo segreto tra il ministro degli interni locale William Whitelaw (governo Thatcher) e il succitato cardinale Conway – il “prete cattivo” (come viene definito dal cardinale stesso nel rapporto) venisse, anziché arrestato e processato, quietamente trasferito oltre provincia e posto a capo di un’altra parrocchia per continuare le sue mansioni religiose (di quelle non religiose non ci é dato sapere).
La polizia locale obbedí a quello che le venne istruito – salvando cosí il governo da pesanti ritorsioni politiche, e la chiesa da imbarazzanti accuse – e Padre Conway fu libero di circolare in lungo e in largo senza piú venire interrogato.

Certamente ci sono ancora molte veritá non dette sotto a tappeti polverosi come questo (tappeti che, secondo il Guardian, per “sbattere” i contribuenti pagano circa 12 milioni di sterline a botta); ma eventi come questo, non sorprendentemente dimenticati ed oscurati da giornalisti ed editorialisti di colori non lontano del vermiglio, ci fanno in realtá comprendere come la reazione di certe istituzioni di fronte a certi avvenimenti tenda sempre a rivolgersi al negazionismo ed all’insabbiamento piuttosto che al mea culpa o all’assistenza verso i familiari delle vittime. Curioso che poi ci si aspetti altrettanto dai propri fedeli.