Viene quasi naturale comporre questo post, dopo l’analisi piatta ed oggettiva di quello precedente, che mi fa nascere spontaneamente una riflessione introspettiva semplicemente ovvia: Perché ti sei trasferito? Perché proprio a Londra? perché hai abbandonato la terra che ti sei comodamente trovato sotto ai piedi al momento della tua nascita? Perché hai nuotato contro la corrente della certezza per raggiungere soltanto incognite? Perché tu sí e gli altri no?
Sono domande che nascono ma poi per i piú restano vaghe ed incomplete, trovano solo risposte sbiadite come lasciate da una vecchia stilografica arrugginita: “Volevo un’esperienza diversa”, “Mio cugino era giá lí”, oppure al rientro in patria “Perché mi ero stancato”, “Oramai quella cittá mi aveva dato tutto”, mille frasi che si ripetono con lo stampino, ma alla fine c’è un motivo interiore che non viene mai espresso, quello singolo e vero e che é fondamentale poichè misura tutto: misura l’ attaccamento ed il rispetto per il luogo nel quale si immigra, misura il livello di sopportazione alle avversitá che lì si incontrano, misura la resistenza alla nostalgia del luogo di origine, anticipa persino le scelte inevitabili che si percorranno ed ai più attenti ne preannuncia anche i tempi esatti.
Uno puó partire per amore, per odio, per costrizione, per fuga, per ambizione, per autodimostrarsi qualcosa, o per dimostrare qualcosa a qualcun altro, per rimorso, per illusione, per rabbia.. esistono milioni e milioni di motivi con tutte le sfumature nel mezzo, di tutte le persone che giungono su queste rive sembra imprescindibile distinguere chi si fermerà da chi è soltanto di passaggio, eppure, quendo parliamo di rientri in patria a tempi da record, tutto rientra perfettamente nella mia immagine giá abbondantemente sbandierata dell’italiano medio il cui motivo di emigrazione é solido come uno spaghetto scotto, poichè per quanto egli possa dichiarare di essere convinto della sua scelta tale da definirla “a lunghissimo termine o permanente” contiene tratti innegabili che mostrano già in partenza che il “lunghissimo termine” tanto lungo poi non sarà: se uno si trasferisce ma non mostra interesse a migliorare il proprio inglese poichè quello maccheronico è sufficiente a vivere, se uno vive a Londra e si tiene informatissimo sull’attualità italiana e poi non sa nemmeno chi è il sindaco in carica, se uno evita volutamente il cinema per vedere un DVD in italiano a casa perchè “almeno si capisce”, se uno frequenta soltanto amici della stessa nazionalità o locali mirati agli italiani.. questi sono tratti indistinguibili di una persona che, passatemi il termine, “ha i giorni contati”, questa è la gente che emigra perchè prima lo voleva fare e poi si accorge di essersi dimenticata il perchè, che si trova per 20 anni nello stesso posto sotto l’ala dei genitori e non ha idea di cosa significhi vivere in un altra realtà senza briglie e per questo ne è terribilmente attratta, che desidera ardentemente tradire la propria vita anestetizzata sostituendola con un altra giovane e fresca, che come una casalinga fedele scopre che l’orgasmo più forte lo regala il vicino di casa non perchè sia più bravo a letto ma perchè con lui c’è il gusto del proibito. Gente che poi a tempo di record riesce a trasformare nel normale tutto ciò che un mese prima era il meraviglioso ed a mortificare una splendida magia spiegandone l’equazione chimica, gente che sboccia per appassire e sfiorire nel giro di una stagione come il più delicato dei fiori di montagna, gente che a Londra non dà niente e che da Londra non avrà niente in cambio.
Tornando alla frase magica che concludeva l’articolo sull’emigrazione “C’è chi emigra perchè vuole, e c’è chi emigra perchè deve”, credo che “chi emigra perchè deve” si distingue da “chi emigra perchè vuole” per un semplice motivo: a differenza di quest’ultimo si lamenta continuamente ogni minimo dettaglio e paragona ossessivamente Londra alla città dalla quale si è emigrati al punto da diventare logorroico e frustrante anche per chi lo circonda. Questo perchè egli vorrebbe non doversi trovare nella sua condizione ed anzi tornare a casa, ma allo stesso tempo è perfettamente consapevole che questo non è possibile per la relativa mancanza di lavoro, la terribile situazione economica, o magari per una disgraziata situazione familiare, e non riesce a trovare modo migliore di sfogare la propria frustrazione verso la città che è oggetto di questo subdolo esperimento di surrogazione, del presunto “meno peggio”, dal quale si pretende pieno diritto di prendere a mani piene tutto quello che si vuole, mentre si è impegnati ad organizzarsi tra un ritorno a casa e l’altro.
Quando guardo me stesso mi dico che il mio motivo per restare qua deve essere forte, perché in quanto alla resistenza alla nostalgia di casa ho battuto il record: in due anni sono tornato due volte, per un Natale ed un matrimonio, persino i miei amici giapponesi sono tornati a casa piú spesso di me. In compenso nei miei giorni di vacanza ho visitato Manchester, Roma, Parigi, Madrid, presto andró in Portogallo..insomma tutto tranne che “casa”. Persino quando in metá settimana dico “voglio andare a casa e restarci fino a Lunedí prossimo” mi dicono “ah vuoi tornare in Italia?” e io “ma che Italia e Italia, intendo proprio che voglio andare a casa, a Bermondsey, e dormire fino a Lunedí!”.
Sono ancora innamorato di Londra come quando ci ho messo piede per la prima volta, spalanco ancora la bocca come un bambino quando osservo l’imponente Tower Bridge e la City dal silenzioso molo in fondo alla mia via, mi sembra ancora un magia trovare i supermarket aperti di notte e mi diverto ad osservare con circospezione la gente che li frequenta, adoro ancora perdermi nei miei pensieri lungo il South Bank quando la sera è rischiarato soltanto dai tenui lampioni, resto ancora di sasso ogni volta che uscendo da Canary Wharf osservo a naso in su gli enormi grattacieli illuminati, mi sento ancora turista quando scopro vere e propri comunità locali in zone della città prima d’ora inesplorate, sono ancora pienamente riconoscente per tutto quello che ogni giorno mi accade in questa vita londinese e per tutto quello che quotidianamente imparo e sento che 2 anni di tempo non hanno spento la mia fiamma della curiosità e dell’entusiasmo.
Forse é perché sono uno di quelli che “Emigra perché vuole”, uno di quelli che davvero non capisce come si possa osservare Londra con l’occhio del pessimismo cosmico amplificandone tutti i più piccoli difetti quando qua a Londra ci sei venuto per stare meglio, ed onestamente spero di non capirlo mai. Soltanto quando sento l’ennesimo italiano medio che mi dice “dopo 6 mesi che sono qua me ne torno a casa perchè onestamente di stare in questa città che mi sembra un grosso centro commerciale mi sono un po’ stancato” mi fermo un attimo a sorridere e mi domando che cosa di Londra questa persona abbia visto, rispondendomi ancora un volta che evidentemente ogni persona ha il suo motivo che determina tutte le sue scelte.

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[...] giá ho riportato moltissime volte, nonché nell’apprezzato discusso post “perché?” , uno degli innumerevoli tratti salienti che distinguono l’italiano medio da un londonese [...]
[...] letto nel post di oby, alias matteo misfit che chi emigra lo fa “perchè deve emigrare o perchè vuole [...]